La fine dell'Italia dei Valori?

Che tante persone, in buona fede, stanche del malaffare, della corruzione e della tracotanza di una (classe) politica sempre più arraffona e sguaiata si siano gettate fisicamente ed ideologicamente nelle mani di Tony Di Pietro è ragionevole. Ma non razionale, soprattutto se le stesse persone si concepiscono di “sinistra”.
Vediamo di capire il perché.
Di Pietro storicamente non è mai stato di “sinistra” (con tutta la genericità che può avere il termine); anche la sua azione politica è sempre stata “di destra”: favorevole all’alleanza atlantica e con gli Stati Uniti, favorevole a tutte le guerre (dall’Kosovo, all’Afghanistan), a favore delle leggi di precarizzazione del mondo del lavoro. Da sempre favorevole alle grandi opere, anche passando sopra la testa dei cittadini, soprattutto da ministro per i lavori pubblici. Non certo il curriculum di sinistra.
Ma quello che ha spinto molte persone “per bene” ad affidarsi all’ex magistrato è stata la sua battaglia per la legalità e contro Berlusconi inteso come criminale. Andare contro il signor B. sul piano penale in mezzo al deserto di opposizione parlamentare che ci ritroviamo sembra una cosa molto radicale. Ma, ahinoi, non lo è. Non lo è perché i problemi giudiziari del signor B. sono solo un aspetto (forse anche marginale) del problema: se il signor B. finisse in galera, gli insegnati licenziati dal dinamico duo Gelmini-Tremonti non troverebbero un altro posto di lavoro, così come le migliaia di operai che settimanalmente si ritrovano a casa, se va bene con la cassa integrazione. Il nucleare e la privatizzazione dell’acqua piacciono anche al PD. Non si capisce dunque quale vantaggio avrebbe il popolo italiano dal vedere il signor B. dietro le sbarre.
Anche le modalità politiche dell’Italia dei Valori sono parecchio “sospette”: si critica il Popolo della Libertà perché è un partito azienda, populista, carismatico e senza spazi democratici: ma l’IdV non è uguale, solo che al posto del signor B. troviamo il signor D.?
Ed infine, la prova del nove: l’IdV, in Europa, sta col gruppo dei liberali che, fino a prova contraria, sono un gruppo della destra moderata.
Ma Di Pietro è stato abile perché, finora, ha saputo mascherare questa contraddizione (presentarsi come una forza progressista quando invece è semplicemente un partito conservatore) gridando contro lo scandalo di avere un presidente del consiglio pluri-inquisito per reati gravissimi e a seguire una classe politica in cui figurano senza vergogna criminali veri/presunti di tutte le dimensioni e fogge.
Ma Di Pietro sa che non può continuare così, perché tutti i moralisti fanno la fine del Savonarola: bruciati sul falò dagli stessi cittadini che volevano moralizzare. E allora ecco la svolta, la nuova alleanza col PD per entrare organicamente nei gangli del potere (e del governo). È una storia già vista: “andiamo a controllarli”, “li marchiamo stretti”, “moralizzaremo la politica”. Ma il finale è noto, e già se ne vedono le avvisaglie: il signor D. ha già accettato la candidatura dell’inquisito DeLuca in Campagna: in nome del potere (chiamata in modo più rassicurante governabilità o alternativa di governo) Di Pietro accetterà ogni compromesso.

Però personalmente la cosa non mi dispiace: infatti con questa mossa l’IdV probabilmente come partito autonomo scomparirà così come è scomparsa la erroneamente definita “sinistra radicale” e per lo stesso meccanismo: quando la ragion d’essere svanisce, svanisce anche il partito ad essa collegata. La svolta governista è stata fatale ai partiti di sinistra, speriamo lo sia (politicamente) anche per Di Pietro.