Riflessioni dal Brasile (13 giugno 2010)

Sono reduce da un po’ di esperienze qui in Brasile, con le quali ho tentato di stare il più possibile in contatto per “immergermi” e capire certi meccanismi, il modo di organizzarsi e, forse un po’ pretenziosamente, qualcosa di più sull’umana natura. Vorrei proporvi alcune riflessioni in ordine sparso.

1 – Il mio (nostro?) punto di vista quando ci cimentiamo in una attività di lotta o più in generale, in dinamiche di rivendicazione e cambiamento sociale e personale è esattamente il contrario di quanto è richiesto ad un ricercatore scientifico che tenta di approcciarsi al suo “oggetto” di studio nel modo più distaccato possibile. Viceversa, quando ci accostiamo ad attività che implicano una socialità, la costruzione di rapporti tra le persone per costruire un cambiamento nell’individuo e nella società, l’attività che ci vede coinvolti deve essere per forza di cose trasformatrice. In particolare deve essere trasformatrice dei soggetti che partecipano del lavoro, non importa che siano alunni, professori, studenti, lavoratori, attivisti, contadini o “esperti”. Se il processo non è trasformatore dei soggetti che vi partecipano, qualcosa non va, c’è un inghippo da qualche parte.
Così, ad esempio, partecipare alla scuola di italiano non può ridursi semplicemente alla spiegazione delle parole DA PARTE degli italiani PER gli immigrati. Se vogliamo che il processo sia CREATIVO (nel senso di ri-creare modi di pensare/pensarsi e modi di stare insieme) anche chi “sa” l’italiano deve mettersi in discussione e partecipare attivamente al processo di apprendimento. Ricercare l’umanità comune, i problemi comuni, le soluzioni comuni: questa è una pratica realmente trasformatrice.

2 – Noi siamo il prodotto della società in cui viviamo. È banale, ma è da tener sempre ben presente. È come se fossimo in Matrix, e ognuno di noi vive e agisce più o meno secondo i binari cari all’Architetto. Un prete in Brasile una volta mi ha detto: “Da quando nasciamo noi veniamo allattati col capitalismo”. Prima ancora di intendere e volere veniamo bombardati dalla televisione, dai rapporti preesistenti, dalle violenze del vivere quotidiano al punto che tutto quello che ci circonda ci pare normale. Se nascessimo in una società dove tutti camminassero nudi, ci sembrerebbe normale farlo e ci sembrerebbe estremamente bislacco chiunque facesse altrimenti. Siamo assuefatti alla brutalità, alla lotta di ognuno contro gli altri, alla competizione. Molte volte abbiamo addirittura difficoltà ad immaginare un modo differente di stare insieme.

3 – Per questo, quando si valutano esperienze alternative di economia, di solidarietà, di convivenza, è un grave errore di valutazione (che deriva dal non avere presente la situazione di cui al punto 2) partire dal 100% per poi scendere. Poniamo il caso che un esperimento di autocostruzione di case di una comunità funzioni per il 40% delle persone coinvolte. Dove per “funzioni” si intende che il 40% si dedica al progetto, mentre il restante 60% si divide tra chi abbandona, chi fa il furbo, chi tenta di guadagnarci e via andare. Se partiamo dalla prospettiva del 100%, il 40% è un risultato abbastanza deludente, no? Ma se, più correttamente, teniamo presente che stiamo facendo un lavoro contro il sistema vigente di relazioni, alternativo e per certi aspetti antitetico alla mentalità che vediamo in ogni angolo della strada, allora noi partiremo da una prospettiva dello 0% e andremo a salire, per cui il 40% saranno un certo numero di famiglie che hanno costruito relazioni differenti all’interno di un sistema violento e brutale. Un successo, dunque!

4 – In tutto ciò è chiaramente fondamentale il lavoro culturale perché le persone possano immaginare un mondo differente e pensarsi attori di una trasformazione. Senza questo lavoro, non solo non sono possibili scenari di cambiamento ed emancipazione, ma diventano negativi anche elementi di per sé neutri o addirittura positivi. A titolo di esempio, ecco ciò che scrive Ricardo Gebrim, avvocato con una vita spesa dentro i movimenti brasiliani (CUT, Movimento Consulta Popular,…), riguardo rapporto tra l’attuale presidente Lula e gli empobrecidos: Durante il suo processo di formazione, il PT [Partido dos Trabalhadores, il partito di Lula] approvò nel 1986 il così detto “Programa Democrático Popular” [un programma di riforme di sinistra molto radicali][…]. Però questo programma non fu adottato dai governi Lula. Il programma adottato dal Governo è totalmente al ribasso rispetto a quegli obiettivi. Il grosso problema è che al contrario dei settori di sinistra più organizzati, la maggioranza del popolo brasiliano non ha percepito questa caduta rispetto alle aspettative, perché, semplicemente, non aveva aspettative di cambiamento [per cui la bolsa familia e gli altri provvedimenti assistenziali sono stati recepiti come un “bel regalo”]. Vedono il Governo Lula come un progresso, una conquista. […] E tutto lo sforzo di riprendere i punti fondamentali per un cambiamento più profondo non riesce ad essere percepito dal popolo. (traduzione mia; il testo originale si trova a questo indirizzo)
Quello che si riscontra è proprio il fatto che senza un “popolo” cosciente dei sui diritti, piccole regalie come la bolsa familia (pochi Reais al mese per famiglia a bassissimo o senza reddito) vengono presi per grandi atti da parte del padre buono . E così Lula tiene buoni i poveracci mentre si dedica al suo vero scopo, cioè costruire un Brasile imperialista.
Ma senza un lavoro culturale forte, costante, bairro per bairro, questo stato di cose non può cambiare.

5 –In questo processo il fattore economico non è da meno: se il lavoro culturale è fondamentale, quelle che una volta venivano chiamate condizioni materiali non lo sono da meno. Vediamo un esempio concreto.
Lo scorso week end (sabato 5 giugno) sono andato a conoscere un assentamento di Sem Terra a circa due ore di macchina da S. Paulo, andando verso l’interno. L’assentamento si chiama Carlos Lamarca, in ricordo del “capitano della guerriglia”, un ufficiale dell’esercito brasiliano che, dopo l’instaurarsi della dittatura, fu a capo di un gruppo di guerriglieri. Per entrare bisogna percorrere una lunga strada che passa attraverso una enorme distesa di monocultura di eucalipto (il famoso deserto verde); poi passato un ponte di legno che ricorda parecchio un film di Indiana Jones si arriva finalmente al villaggio… che non ha niente del villaggio! Infatti la cosa che mi ha subito stupito entrando è che, a differenza delle altre occupazioni di Sem Terra che conosco, qui ogni familia ha ottenuto un pezzo di terra (15 ettari) e le case sono state costruite una distante dall’altra. Questa differenza, che può sembrare da poco, in realtà poi si riflette anche nella gestione della comunità e nella relazioni. La vita comunitaria è molto rarefatta ed il progetto di cooperativa (di mucche da latte) è fermo da diversi mesi, visto che molti hanno preferito dedicarsi al proprio orto (in senso letterale e figurato, in questo caso :-), piuttosto che utilizzare le energie per la cooperativa. Durante la riunione per decidere sul futuro di questo progetto sono venuti fuori i principali problemi:
- i membri della cooperativa non vogliono assumersi impegni (o se li assumono, poi non li rispettano), perché preferiscono dedicarsi al lavoro della loro terra
- il fatto di essere tante teste, rende laborioso il processo decisionale
- la cooperativa necessita un impegno che sia garantito nel tempo
A fronte di questi aspetti decisamente negativi la cooperativa offre concretamente dei vantaggi:
- il fatto di poter vendere tutto il latte insieme fa si che si possa contrattare un prezzo più altro col compratore
- la cooperativa ha già ottenuto, tramite un finanziamento, un frigor speciale dove raffreddare il latte appena munto. In questo modo il prezzo di vendita può ulteriormente aumentare.
- comprare le materie prime per mezzo della cooperativa garantisce di poter avere costi più bassi
- la cooperativa può contare su una prospettiva: ad esempio ottenere i finanziamenti per l’acquisto delle infrastrutture necessarie per la produzione di formaggio.
Nonostante quindi la prospettiva della cooperativa presenti senza dubbio dei vantaggi oggettivi e concreti, solo due persone (Elio e Valdecir) sono propense a dedicarvisi. Gli altri ritengono le difficoltà superiori ai vantaggi.
A questo punto rientra il lavoro culturale per riuscire a far intendere la prospettiva (e i vantaggi) di un lavoro solidale. Un lavoro culturale necessario, ma che sarebbe inutile se non ci fossero ragioni concrete che spingessero a favore della cooperativa.
In tutto questo padre Giancarlo (prete veneto che da 20 anni è in Brasile e che è sempre a fianco dei movimenti sia in città che in campagna, nelle riunioni come nelle occupazioni) tenta di essere un elemento di crescita/cambiamento proponendo, ascoltando, criticando. Una specie di mobilizador o, se vi piace di più, di causa esterna.
Per la cronaca, la riunione (con 9 soci su 13 presenti) si è aggiornata con la seguente “mozione”: una operativa a tre livelli, di cui il primo è quello fatto da chi è socio al 100%, il secondo da chi semplicemente mette a disposizione il suo latte per fare massa critica e per usare il frigor, il terzo per fare compere di materie prime.
Prima di giudicare il tutto come un mezzo fallimento, tenete presenti i punti 2 e 3!!!

Alla prossima!!!